«Con Dario e Franca? Tanti scherzi». Intervista con Jacopo Fo, il figlio della celebre coppia che, stasera, sarà al teatro Astra di Bellaria

«Con Dario e Franca? Tanti scherzi». Intervista con Jacopo Fo, il figlio della celebre coppia che, stasera, sarà al teatro Astra di Bellaria

di Mario Gradara

Questa sera al Teatro Astra di Bellaria secondo appuntamento con la stagione di prosa con “Com’è essere figlio di Franca Rame e Dario Fo?”, di e con Jacopo Fo. Spettacolo tratto dall’omonimo libro dell’artista.
Domanda obbligata: come è stato, esser figlio di due artisti di quella portata?
«Molto strano. Ho avuto un grande colpo di fortuna. Ma devo premettere – sorride Jacopo Fo – che come si può immaginare questa è una domanda che mi sento fare da tutta la vita. Pensi di avere la risposta pronta, ma insieme alla solita risposta preparata, nella mia testa ogni volta riaffiorano ricordi ed emozioni».
Ce ne racconta qualcuno?
«I miei genitori avevano una grande capacità di empatia, di relazione. Io ho amici che in tutta la vita non hanno mai abbracciato il proprio padre. Nella mia famigli l’emotività faceva parte… del lavoro. Gli scherzi, la comunicazione, l’emozione erano continui. Tutto ciò era semplicemente grandioso».
Lei naturalmente questo rappresenta sul palco, e racconta nel libro?
«Io cerco di regalare attraverso lo spettacolo e il libro, il fatto di essre cresciuto nella completa mancanza di aderenza ai codici. Una volta mio padre per chiedere informazioni stradali, non c’erano ancora i navigatori elettronici, esce dalla macchina e gli cascano i pantaloni. Ricordo mia mamma che si scompiscia letteramente, mentre io ero terrorizzato. Pensavo: ma con mio padre non sono al sicuro. E poi… ».
Dica,
«Una gita in montagna – noi avevamo case a Milano e a Cassanego di Cernobbio, e a Sala di Cesenatico -, avevo tre anni e mezzo. Dovevamo pranzare in un ristorante in quota, sulle Aspi. Mi caricano da solo in seggiovia. Ero terrorizzato. Arrivo in cima in crisi di panico, aggrappato come una scimmia. L’addetto mi tira un ceffone. Mio padre alla fine mi portò giù a piedi. Niente ramanzine, mai un ceffone, una punizione. Mi spiegavano le cose. ‘Ti dico perché hai fatto una c….’, mi diceva. Il loro metodo educativo era lasciarmi completamente libero».
Non è pericoloso?
«Tanti lo pensano – prosegue Jacopo Fo – ma non è così, al contrario. Così ottenni la capacità di impegno, la dedizione, la passione. Oggi in Italia, ne sono convinto, manca la passione. A scuola manca nei ragazzi, negli insegnanti, nei testi. Io ho lavorato per anni con tossicodipendenti alla ‘Libera Università di Alcatraz”: ottieni molto di più con il rigore, ad esempio dicendo ‘se vai non torni più’. È accaduto».
Torniamo al teatro: lei fa cose diverse da suo padre.
«Io non so fare le imitazioni, racconto la verità dei fatti miei, racconto delle storie. È un grande godimento riuscire a far ridere la gente. Loro erano mostri sacri del teatro».
Le hanno mai dato consigli “tecnici”?
«Mai, però ho visto tutte le prova per 20 anni, il rapporto con gli attori, tutto il percoraso di scrittura. Pensi che lui a 90 anni mio padre ha fatto l’ultimo spettacolo replicando Mistero Buffo, a Roma. Prima di andare in scena volle rivedere la registrazione del penultimo, dopo averlo fatto migliaia di volte».

Articolo pubblicato su Il Resto del Carlino il 9 novembre 2019.

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