Il “mio” Mistero buffo è davvero storia… buffa finita in frac per il Nobel

Il “mio” Mistero buffo è davvero storia… buffa finita in frac per il Nobel


di Lino Zonin


L’anno scorso il “Mistero buffo” di Dario Fo ha compiuto cinquant’anni. Più di mezzo secolo è infatti passato dal 30 maggio 1969, quando nell’aula magna dell’università Statale di Milano – occupata, come costumava ai tempi – il futuro premio Nobel recitò per la prima volta la raccolta di monologhi destinata a procurargli una fama mondiale. Il teatro Comunale di Lonigo si inserisce nel calendario delle celebrazioni presentando una fedele versione di “Mistero buffo” che andrà in scena domani nell’ambito della stagione in abbonamento. Sul palco, Mario Pirovano, stretto collaboratore di Dario Fo, assieme al quale ha condiviso quarant’anni di carriera e del quale si propone come puntuale erede artistico.
Inizio dello spettacolo alle 21 precise. I biglietti costano da 26 a 9 euro e sono in vendita dalle 19 al botteghino del teatro. Chiediamo al 69enne attore milanese quando e come la sua vita si è intrecciata con quella di Dario Fo.
«Nel 1983 vivevo a Londra da una decina d’anni e mi arrabattavo lavorando qua e là. Ho fatto per un po’ l’inserviente in un centro di rifugiati, poi l’interprete e infine l’impiegato saltuario in un’agenzia di viaggi. Ho letto sul giornale che Dario Fo avrebbe presentato il suo monologo in città e sono andato a salutarlo nell’albergo vicino al teatro. Lui mi ha accolto con un sorriso e mi ha chiesto se, già che c’ero, potevo tradurgli dei fotti scritti in inglese con i quali stava litigando. Per ricompensa mi ha dato un biglietto per lo spettacolo e lì, per me, è davvero cambiato tutto».

Come reagiva il pubblico inglese al particolarissimo linguaggio della giullarata medioevale recitata da Fo?
Ridevano come dei matti, anche se un po’ in ritardo rispetto a noi italiani. Loro aspettavano di leggere i sottotitoli e perdevano un po’ il ritmo, moltiplicando però l’effetto comico. Io sono stato immediatamente folgorato dalla bellezza del testo e dalla bravura di Dario. Fino ad allora col teatro avevo poca dimestichezza e, quando Fo mi ha chiesto se volevo restare con lui a fare da interprete e a dare una mano dietro le quinte, ho accettato senza pensarci su troppo, tanto per me, allora, un lavoro valeva l’altro.

Si è reso conto di trovarsi a una svolta decisiva della sua vita?
Ho capito subito di aver fatto la scelta giusta e mi sono affezionato talmente a Dario e a Franca da restare con loro praticamente per sempre. Una volta tornati in Italia, da tradurre c’era ben poco e allora mi hanno affidato gli incarichi più disparati, dal tenere ferma la scala all’elettricista al vendere libri e dischi all’ingresso del teatro. Però ogni sera vedevo Dario e Franca al lavoro e restavo sempre incantato come la prima volta.

È così che ha maturato l’intenzione di passare dalla quinta alla ribalta?
Piano piano “Mistero buffo” mi è entrato dentro e ho sentito la necessità di mettermi alla prova. Dario non solo è stato d’accordo ma mi ha anche dato la sua benedizione, condendola con preziosi suggerimenti. La mia versione è fedelissima all’originale perché sono convinto che,, o lo fai così, o il monologo perde forza e significato. Ho visto nel corso degli anni delle versioni pasticciate che confermano alla grande questa mia idea.

Qual è secondo lei, la forza di questo testo?
“Mistero buffo” racconta la storia intima dell’uomo e lo fa con disincanto e comicità. I personaggi e le vicende narrate penetrano in profondità nella coscienza di ognuno e smuovono sentimenti arcaici che attendono solo di essere sollecitati. Tutti abbiamo dentro di noi il ricordo di una sopraffazione, di un’ingiustizia subita, di uno scontro perdente con l’arroganza del potere e tutti proviamo un desiderio di riscatto che il monologo di Fo fa riemergere con forza. In più si ride, si sdrammatizza, ci si mette in gioco, con un effetto teatrale irresistibile.

Com’è stata la sua vita trascorsa al fianco con la coppia Fo-Rame?
Meravigliosa, perché Dario e Franca erano delle persone fantastiche, brave, buone, generose. Pensi che mi hanno portato con loro in Svezia per la consegna del premio Nobel. Io, in frac, nell’aula magna del Conservatorio di Stoccolma seduto accanto ai più grandi geni mondiali. Una figata pazzesca!

Articolo pubblicato su Il giornale di Vicenza il 14 febbraio 2020.

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