Fo, per vocazione, teatro e pittura

Fo, per vocazione, teatro e pittura

Stretto fu il rapporto tra il Premio Nobel per la letteratura del 1997 e San Marino: la rappresentazione di “Mistero buffo”, l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce e una mostra in cui espose i suoi dipinti

Non ha avuto il tempo di “entrare” nella Galleria Nazionale San Marino – è una questione di tempi, quando lui c’era, lei non c’era e viceversa – e chissà, avendo un’idea del suo carattere giullaresco e ficcante, se avrebbe accettato di esporre lì. Forse sì, forse no, poco importa: in fondo, a San Marino, Dario Fo ci è salito più volte, e non solamente nelle vesti di attore: nel 2002 gli era stata conferita l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce dell’Ordine Equestre di Sant’Agata.
Non è un “Mistero buffo”, la passione che legava Dario Fo alla pittura (e che il prossimo 26 marzo avrebbe computo 94 anni): è piuttosto un percorso verso la rappresentazione più alta, verso la simbiosi tra i differenti respiri di cui l’arte di nutre, e vive.
Otto anni il Premio Nobel per la letteratura del 1997 espose sul Titano con tre mostre in tre luoghi differenti: i suoi monumentali acrilici al Palazzo Sums, le opere sulla storia dell’umanità nella Pinacoteca San Francesco e gli omaggi ai grandi maestri dell’arte negli spazi del Teatro Titano. Stupore ed emozione quando, a sorpresa, lo scrittore e semiologo Umberto Eco è stato accolto tra gli ospiti della mostra.
“Il teatro, il cinema, la pittura e la musica non hanno alcun significato se non sanno entrare nelle coscienze e nei bisogni della gente. Per quanto mi riguarda, ho faticato non poco sia a dipingere che a stare in scena. Per me non c’è differenza tra il ‘pitturare’, il disegnare e il raccontare o interpretare un ruolo in scena. Quando, nell’allestire uno spettacolo, mi trovo in crisi e non riesco a trovare un ritmo o uno svolgimento consono a ciò che vorrei raccontare, mi procuro un grande foglio di carta, un po’ di colori, penna e pennarelli. Il tutto per segnare ritmi e figure che raccontino, in un’altra forma, la storia in questione”.
Pittura come grafia di espressione, dunque. “I quadri – disse – sono come un grandissimo giornale dipinto e permettono alle persone di immaginare qualcosa di più rispetto a quello che leggono. Credo sia importate riuscire a creare una dimensione di rapporto ‘raccontato’ tra lo spettatore e l’artista. Io non amo chi rappresenta il vuoto. In passato, abbiamo insegnato la danza, la musica, la pittura. Quando andiamo all’e- stero, la nostra impronta è ben marcata. Eppure, molto spesso, siamo noi italiani a non conoscere la nostra arte. Facciamoci conoscere”.
Sul suo personale rapporto con le persone, il Nobel sottolineò: “Raccontare e coinvolgere le persone che hanno un vuoto di conoscenza è un percorso molto faticoso. Quando invece esplodono in un applauso o mi abbracciano, mi sento felice. In occasione dell’assegnazione del Premio Nobel (1997) dovevo tenere un discorso davanti al Re e alla Regina. C’erano un po’ di problemi con la lingua: davanti a me c’erano svedesi, inglesi, italiani, eccetera. Io sono contro il nazionalismo di ogni genere: le bandiere mi fanno pensare alla guerra. Però quando un gruppo di italiani ha iniziato a intonare l’inno di Mameli, mi sono commosso e ho iniziato a piangere”.

A TRENT’ANNI DA “MISTERO BUFFO”
A cavallo della Pasqua del 1991, l’istrionico a ore e poeta portò sulle assi del Teatro Nuovo di Dogana la sua pièce più conosciuta, “Mistero buffo” che più che “buffo” fu definito dalla DC “un oltraggio e una grave provocazione al sentimento religioso dei sammarinesi. Pur senza entrare nel merito della rappresentazione del lavoro, che è comunque discutibile, riteniamo che la data prescelta (Pasqua, ndr) costituisca una grave provocazione”.
Già, ma cos’aveva di così “scottante” in realtà lo spettacolo? Presentato per la prima volta come giullarata popolare nel 1969, è di fa o un insieme di monologhi che descrivono alcuni episodi ad argomento biblico, ispirati ad alcuni brani dei vangeli apocrifi e a racconti popolari sulla vita di Gesù. E’ recitato in una lingua reinventata, una miscela di molti linguaggi fortemente onomatopeica (de a grammelot), che assume di volta in volta la cadenza e le parole, in questo caso, delle lingue locali padane.
Con questo testo Dario Fo punta proprio a far rivivere la cultura delle classi subalterne, da sempre messa in disparte, quasi cancellata o interpretata non nel significato autentico. La spiegazione più convincente di tale concetto fa quasi da premessa a Mistero buffo con il primo capitolo intitolato “Rosa fresca aulentissima”. L’opera è un dialogo fra un gabelliere che vorrebbe fare l’amore e una ragazza che si rifiuta. Fo, invece, alternando citazioni erudite a battute, sostiene che si tratta di un testo di origine popolare, precisamente di una ballata, che poteva anche essere recitata nelle piazze. Il punto centrale dell’opera è costituito dalla presa di coscienza dell’esistenza di una cultura popolare, vero cardine della storia del teatro ma anche di altre arti, che è stata sempre, secondo Fo, posta in piano subalterno rispetto alla cultura ufficiale. Lo stesso premio Nobel ha confermato che nella stesura ha avuto una certa influenza la raccolta di novelle “Le Parità e le storie morali dei nostri villani” di Serafino Amabile Guastella.

Articolo pubblicato su San Marino Fixing il 5 marzo 2020.

(Articolo e foto di Alessandro Carli)

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